Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz ora l’attenzione è focalizzata su Bab el-Mandeb, collegamento strategico tra l’Oceano Indiano, il Mar Mediterraneo attraverso il Mar Rosso, e il canale di Suez. Con il possibile ingresso diretto degli Houthi yemeneti a sostegno dell’Iran, e il conseguente allargamento della crisi al Mar Rosso, si apre infatti un nuovo scenario di rischio con all’orizzonte impatti devastanti sul commercio globale e sulle forniture energetiche.
Porta delle Lacrime: il ruolo strategico dello Stretto per l’Europa
Dal nome evocativo “Porta delle Lacrime” (o del “lamento”), lo Stretto di Bab el-Mandeb, situato tra lo Yemen e il Corno d’Africa, con una lunghezza di circa 50 km e una larghezza di 26 km nel punto più stretto, rappresenta un passaggio obbligato per il 12% del traffico marittimo mondiale e circa il 25 per cento del traffico mondiale di container. “Per i paesi europei, Bab el-Mandeb – secondo quanto emerge da un report Ispi – è ancora più importante di Hormuz in termini di import petrolifero. Infatti, dei 6,2 milioni di barili di greggio in transito giornaliero per Bab el-Mandeb, 3,6 milioni viaggiano verso l’Europa, i restanti 2,6 milioni verso l’Asia” mentre il 76% dei barili di greggio che passano per Hormuz è destinato ai mercati dell’Asia. Uno snodo essenziale, dunque, anche per importazioni energetiche italiane e l’approvvigionamento logistico del Mediterraneo.
L’impatto della chiusura di Bab el-Mandeb
Gli effetti di un possibile blocco a lungo termine dello Stretto sono difficili da quantificare. Già a partire dal novembre 2023, a causa degli attacchi Houthi, il traffico attraverso lo stretto di Bab el Mandeb si è dimezzato. Una chiusura totale dello Stretto costringerebbe le navi a effettuare deviazioni via Capo di Buona Speranza che aggiungono 10-14 giorni di navigazione e costi extra fino al 40% per container. Inoltre, dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transitava il 20% delle spedizioni mondiali di petrolio, un eventuale blocco anche di questa rotta causerebbe uno dei più gravi shock di approvvigionamento degli ultimi decenni.
Verso i 200 dollari al barile?
In uno scenario che vede interruzioni dell’offerta legate al conflitto con l’Iran protrarsi fino a fine aprile, l’Arabia Saudita stima che il prezzo del petrolio potrebbe superare i 180 dollari al barile. Le conseguenze di un balzo simile – secondo un’analisi del Wall Street Journal – potrebbero ridurre la domanda nel lungo periodo o innescare una recessione. “Le prospettive di questa crisi energetica sono peggiori di quelle del 2022-2023. E come allora si sono ipotizzate misure per limitare il consumo di energia, bisognerebbe iniziare a pensare di farlo anche oggi” ha affermato in una recente intervista all’Adnkronos Francesco Sassi, professore in geopolitica dell’energia all’Università di Oslo e autore della newsletter Energy Geopolitics & Statecraft. E la minaccia iraniana di portare il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile – conclude Sassi – “è più realistica delle assicurazioni” offerte da Usa, Ue e Agenzia internazionale dell’energia (Iea).











