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Venezuela post Maduro, cosa accadrà al prezzo del petrolio: gli scenari

di Redazione Panorama Italia
05/01/2026
Venezuela post Maduro, cosa accadrà al prezzo del petrolio: gli scenari

La cattura di Nicolás Maduro in Venezuela da parte degli Usa è un punto di non ritorno geopolitico.
Ma ora l’attenzione è rivolta alle possibili oscillazioni del prezzo del petrolio, dato che il Venezuela possiede le maggiori riserve sotterranee al mondo.

Gli Usa mettono le mani sul petrolio del Venezuela
L’operazione militare senza precedenti è culminata con il trasferimento del presidente venezuelano negli Stati Uniti e con l’annuncio di un coinvolgimento diretto di Washington nella “gestione” della transizione del Paese.
In tale gestione sono incluse anche le politiche che riguardano il petrolio. Ma al momento, contro ogni intuizione, secondo gli analisti i mercati petroliferi non sembrano destinati a reagire con scossoni immediati.
In un mondo in cui per decenni bastava una crisi in Medio Oriente o in un grande Paese produttore per far impennare il prezzo del greggio, la vicenda venezuelana appare come un paradosso: un terremoto politico in uno Stato con le maggiori riserve di petrolio al mondo che rischia di avere un impatto minimo, se non addirittura ribassista, sui prezzi del petrolio.
L’effetto immediato sul prezzo del petrolio
Trump, da vecchio affarista qual è, ha badato a condurre la sua operazione militare a mercati chiusi dando loro così il tempo di assorbire almeno parzialmente lo shock.
Nel brevissimo periodo, l’impatto della cattura di Maduro sul prezzo del petrolio è destinato a essere limitato. Gli analisti concordano su un punto chiave: il rischio Venezuela era già ampiamente prezzato dai mercati.
Arne Lohmann Rasmussen, analista capo e responsabile della ricerca presso A/S Global Risk Management, ha stimato che i prezzi del greggio Brent saliranno solo di circa 1-2 dollari, o anche meno, all’apertura delle contrattazioni dei futures. E ha previsto che il Brent scenderà leggermente la prossima settimana rispetto alla chiusura di venerdì, che era di 60,75 dollari.
La cattura di Nicolás Maduro, almeno sotto il profilo del prezzo del petrolio, non è un evento game changer per il mercato del petrolio nel breve termine, per tre motivi:

abbondanza di offerta;
marginalità produttiva del Venezuela;
debolezza attesa della domanda globale.

Questi fattori agiscono come potenti ammortizzatori.
Il Venezuela produce oggi meno di un milione di barili al giorno, una quantità inferiore all’1% della produzione globale. Di questi, solo circa 500.000 barili vengono esportati. Numeri che rendono il Venezuela, nonostante le sue riserve teoriche, un attore marginale nello scenario energetico attuale.
E le infrastrutture petrolifere non risultano essere state colpite dai raid statunitensi, riducendo ulteriormente il rischio di interruzioni improvvise dell’offerta. In un contesto di mercato globale già in surplus, con domanda debole e scorte elevate, anche una perdita temporanea di parte della produzione venezuelana non basterebbe a innescare una vera corsa al rialzo.
Il risultato è che la pressione geopolitica sul petrolio, un tempo potentissima, oggi è quasi evaporata. A meno di eventi estremi (come ad esempio la chiusura dello Stretto di Hormuz) i mercati dovrebbero tendere a reagire in modo freddo e razionale.
La cattura di Maduro arriva in un momento particolarmente delicato per il settore energetico. Il 2025 ha registrato il peggior calo annuo dei prezzi del petrolio degli ultimi cinque anni, con il Brent in discesa di circa il 19%. Le cause sono strutturali:

aumento della produzione Opec+ dopo anni di tagli;
produzione statunitense a livelli record (oltre 13,8 milioni di barili al giorno);
crescita economica globale moderata;
domanda più debole del previsto, anche a causa dell’efficienza energetica e del rallentamento industriale.

In questo scenario, il Venezuela non rappresenta una minaccia per l’equilibrio del mercato, ma una potenziale fonte di ulteriore offerta futura.
Il prezzo del petrolio nel medio periodo
È nel medio termine che la cattura di Maduro potrebbe avere un impatto più significativo. Se la transizione politica dovesse stabilizzarsi e se le sanzioni internazionali venissero progressivamente rimosse, il Venezuela potrebbe tornare ad attrarre capitali stranieri.
Secondo alcune stime, con investimenti massicci e il ritorno delle grandi compagnie petrolifere internazionali, le esportazioni venezuelane potrebbero avvicinarsi ai 3 milioni di barili al giorno. Non subito, ma nell’arco di alcuni anni.
Una prospettiva del genere avrebbe un effetto bearish sui prezzi: più offerta in un mercato che già fatica ad assorbire quella esistente. È per questo che diversi analisti sottolineano come la fine del regime possa trasformarsi, paradossalmente, in una cattiva notizia per il petrolio.
Incognite politiche
Questo scenario presuppone però una transizione relativamente ordinata. La storia recente insegna che i cambi di regime non garantiscono automaticamente stabilità. Se il Venezuela dovesse scivolare in una fase di caos prolungato, sul modello della Libia post-Gheddafi, la produzione potrebbe restare compressa o addirittura ridursi ulteriormente.
In quel caso, il mercato potrebbe registrare un modesto sostegno ai prezzi, legato all’aumento del rischio geopolitico e all’incertezza sulla futura capacità produttiva del Paese. Tuttavia, anche in questo scenario, l’impatto resterebbe limitato, data la scarsa rilevanza attuale del Venezuela nei flussi globali.
Il lungo periodo
Con il rallentamento delle politiche green in Europa, la domanda di petrolio nel lungo periodo potrebbe aumentare. Se la domanda globale di petrolio dovesse continuare a crescere più a lungo del previsto, le immense riserve venezuelane tornerebbero improvvisamente appetibili. Ma anche in questo caso, servirebbero anni per riportare il settore petrolifero del Paese ai livelli di un tempo.
Se la transizione dovesse aprire la strada a una rinascita del settore petrolifero venezuelano, l’effetto finale potrebbe essere quello di tenere i prezzi più bassi più a lungo, piuttosto che spingerli verso nuovi massimi.
Dottrina Monroe, cos’è
L’attacco al Venezuela è stato effettuato alla luce della rivisitazione della Dottrina Monroe.
La Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 dal presidente statunitense James Monroe, affermava il rifiuto degli Usa verso nuove colonizzazioni o ingerenze europee nelle Americhe, in cambio della non ingerenza americana negli affari europei. Ignorata inizialmente, fu ripresa nel tempo, specialmente con il Corollario Roosevelt del 1904, che ne ampliò il significato giustificando l’intervento Usa nei paesi americani.
Divenne così base della politica estera espansionistica degli Stati Uniti, con applicazioni fino al XX secolo, come negli interventi in Repubblica Dominicana, Grenada e Panamá.
Negli ultimi anni, Maduro ha stretto accordi con Cina, Russia e Iran, offrendo risorse energetiche e spazio strategico vicino agli Usa a potenze ostili o antagoniste. Trump ha considerato inaccettabile questa presenza. La versione aggiornata della Dottrina Monroe, il Corollario Trump, si è infine attivato per scacciare i competitor da quello che gli americani considerano il loro giardino di casa.
“Il nostro dominio in America Latina non sarà mai più messo in discussione”, ha confermato Trump intervistato dalla Fox.

Le indicazioni contenute in questo articolo hanno uno scopo esclusivamente informativo, possono essere modificate in qualsiasi momento e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza finanziaria con figure professionali specializzate. QuiFinanza non offre servizi di consulenza finanziaria, di advisory o di intermediazione e non si assume alcuna responsabilità in relazione a ogni utilizzo delle informazioni qui riportate.

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