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La ‘fiducia’ di Meloni nel ministro, vertice con gli alleati sul Dfp

di Redazione Panorama Italia
03/04/2026
La ‘fiducia’ di Meloni nel ministro, vertice con gli alleati sul Dfp

Ha ascoltato le sue rassicurazioni, e gli ha rinnovato la “fiducia”. Per Giorgia Meloni ufficialmente il caso di Matteo Piantedosi si può considerare chiuso con l’incontro avuto con il ministro dell’Interno ieri pomeriggio, mentre montavano domande e incertezze dopo la rivelazione della giornalista Claudia Conte sulla sua relazione con il responsabile del Viminale. Sono ore di valutazioni ma “non c’è nulla di cui il governo debba preoccuparsi”, assicurano da Palazzo Chigi, dove la giornata della premier viene descritta all’insegna del dinamismo.
E si è chiusa con un vertice con Matteo Salvini, Antonio Tajani, Giancarlo Giorgetti e Maurizio Lupi sul Documento di finanza pubblica, che sarà varato in uno dei prossimi Cdm, per essere presentato alle Camere e poi inviato alla Commissione Ue entro il 30 aprile.
Arrivata a Palazzo Chigi prima del solito, Meloni ha affrontato uno dopo l’altro i dossier aperti più caldi. Contatti e riunioni sulla situazione del maltempo al Sud, un nuovo confronto con il ministro dell’Economia Giorgetti sulla proroga del taglio delle accise in arrivo domani in Cdm, una telefonata con il premier britannico Keir Starmer sulla crisi in Iran e la sicurezza dello Stretto di Hormuz, tema poi approfondito con Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto e i vertici dell’Intelligence. Mentre i ministri competenti si sono riuniti con il sottosegretario Alfredo Mantovano per valutare interventi su giovani, digitale e social, anche alla luce degli ultimi drammatici casi di cronaca. Mentre resta aperta la partita per le nomine dei vertici delle società partecipate.
La giornata non ha riservato nuove sorprese rispetto al caso Piantedosi. Così, mentre le opposizioni attaccavano, i meloniani facevano sfoggio di tranquillità: a sinistra non hanno argomenti per insistere, la loro linea, non sono emerse criticità legate a spese e il ministro sembra molto tranquillo. Ai piani alti dell’esecutivo il caso comunque si maneggia con cautela. Anche solo l’idea di qualche sotterfugio legato all’uomo incaricato di tutelare la legalità nel Paese può creare complicazioni, è uno dei ragionamenti, accompagnato dalla convinzione che, in base al quadro emerso finora, non sia all’ordine del giorno l’ipotesi di una sostituzione. Viene dunque escluso l’effetto “slavina” temuto in queste ore da alcuni esponenti di maggioranza.
Fiducia e stima a Piantedosi sono ribaditi anche dalla Lega, che non ha nascosto in questi giorni di puntare al Viminale qualora si dovesse procedere a un rimpasto. E anche in quest’ottica il Carroccio non vedrebbe di buon occhio l’inserimento di Luca Zaia qualora venisse messo in discussione il posto di Adolfo Urso alla guida del Mimit. Di certo si lavora per dare una nuova guida al ministero del Turismo. Ha qualche chance il deputato di FdI Gianluca Caramanna, che ieri è stato a Palazzo Chigi con la capo di gabinetto del dicastero Erika Guerri e potrebbe essere quantomeno promosso a sottosegretario.
Nel centrodestra c’è la convinzione che toccando più di due ministeri il Quirinale indicherebbe come obbligato un passaggio alle Camere per la fiducia. Il rimpasto è uno scenario che Meloni, assicurano fonti informate, è orientata ad evitare, anche per non amplificare mediaticamente le fibrillazioni di questa fase. Che stanno attraversando gli alleati, FI incluso, dove si attende dopo Pasqua un incontro tra Antonio Tajani e Marina Berlusconi (ieri ha ricevuto Giorgio Mulè) e si complica la strada per i congressi locali in primavera.
La premier vede l’appuntamento in Parlamento di giovedì prossimo come un’occasione di dimostrare che il suo governo non si è mai fermato e ha una serie di provvedimenti da mettere a terra nei prossimi mesi. Eppure, secondo le ricostruzioni che circolano in ambienti di governo, tra gli scenari sul tavolo non è del tutto scomparso quello delle elezioni anticipate. In quest’ottica, confidano fonti di maggioranza, non stupirebbe un tentativo di stringere rapidamente un accordo sulla legge elettorale con le opposizioni, o almeno con il Pd.    

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